Dopo tutto questo tempo?

Ognuno di noi porta dentro di sé dei racconti, delle storie senza le quali non è possibile comprendere pienamente la propria infanzia. Hanno svolto il ruolo essenziale di formazione della nostra fantasia, ci hanno permesso di viaggiare e conoscere questo e decine di altri mondi, reali o fittizi che fossero, e di essere compagni di viaggio di coloro che, fin dal primo momento, sono stati nostri amici ed eroi.

La mia generazione è stata travolta da un fenomeno letterario e cinematografico senza precedenti che tuttora, dopo ventitré anni dalla pubblicazione del primo romanzo, diciannove dal primo film e nove dall’ultimo della serie principale, ha un seguito planetario.

Sì, sto parlando proprio della saga di Harry Potter, il maghetto inglese che ha conquistato il mondo intero. Nato dalla penna di J.K. Rowling, l’universo potteriano ha attirato milioni di giovani e meno giovani, divenendo un vero e proprio fenomeno di massa. Senza mezzi termini, la pop culture del ventunesimo secolo non sarebbe la stessa senza noi Potterhead (così vengono chiamati i fan del mago più famoso sulla faccia della Terra).

Alla notizia dell’arrivo di una lunga quarantena, Mediaset è stata letteralmente bombardata dalle richieste di riproporre tutti gli otto film della saga. Cogliendo la palla al balzo, l’emittente televisiva ha programmato due film a settimana, il lunedì e il martedì, raggiungendo livelli di share considerevoli. Questo semplicemente perché, ancora oggi, quelli di Harry Potter sono film che non stancano mai gli aficionados.

A cosa si deve tutto questo? La mia riflessione, adesso, sarà strettamente personale, in quanto posso realmente affermare di essere cresciuto con al mio fianco Harry, Ron, Hermione, Silente, Piton e perfino Voldemort, l’Oscuro Signore. Ricordo vividamente come, una delle prime volte in cui “La pietra filosofale” venne trasmesso su Rai1, essendomi addormentato per la stanchezza poco prima dell’inizio, mi risvegliai di soprassalto a notte fonda. Avendolo registrato su cassetta (sembra passata una vita, eppure fino e dieci anni fa era prassi comune attendere i propri film preferiti per registrarli) sgattaiolai in salotto e, a volume basso per non svegliare nessuno, riavvolsi il nastro e vidi tutto d’un fiato il film. Non avevo nemmeno sette anni, ma del Mondo Magico ero già un fan sfegatato.

Ciò che più mi ha colpito, rivedendo per l’ennesima volta i vari capitoli via via proposti in televisione, è il senso di malinconia che la fine dell’episodio mi lascia. Quando la stupenda colonna sonora, che tutt’ora mi trovo a fischiettare nelle più disparate occasioni, accompagna la scena conclusiva verso i titoli di coda, una nostalgia vellutata mi coglie impreparato. Sento Hogwarts allontanarsi, l’Espresso fischiare ancora una volta, gli studenti tornare verso le proprie famiglie e la mia infanzia seguirli a ruota.

Uno dei miei più grandi sogni, da bambino, era visitare “il castello di Harry Potter” (all’epoca non sapevo che gli sceneggiatori si servirono di diversi luoghi, talvolta lontanissimi tra loro, per riprendere le scene dei film, e i miei genitori non volevano darmi la deludente notizia). Il desiderio venne realizzato nell’estate dei miei nove anni, quando mio padre mi accompagnò in vacanza studio nel Regno Unito e incluse nel tour il Christ Church College di Oxford: lì, nella scalinata che conduce al refettorio, venne girata l’iconica scena che precede il primo ingresso nella Sala Grande, oltre alcune scene secondarie. Nell’imbarazzo più totale, mio padre mi inseguì per tutto il tempo della visita, armato di videocamera e all’urlo di “Harry Potter! Harry!”. Premesso che queste immagini saranno pubbliche il giorno in cui vorrò farmi del male, o due risate, quella fu una delle occasioni in cui potei sinceramente considerarmi il bambino più felice del mondo. Perché ero lì, nei luoghi che da anni conoscevo a memoria grazie ai libri, che avevo letto avidamente, e ai film, che rivedevo ogni volta con lo stesso entusiasmo, e potevo sentirmi parte di quella magia.

La famosa scalinata

Chi ha vissuto gli anni 2000 orientandosi temporalmente grazie al mago con la cicatrice capirà benissimo cosa voglio esprimere, così come si rivedrà nello stesso incantato stupore che, dieci anni dopo la prima volta nei luoghi potteriani, provai nel visitare il castello di Alnwick, altro set della fortunata serie quasi al confine con la Scozia. Non ero più un bambino, era da tempo terminata l’uscita di nuovi capitoli dell’amata eptalogia, eppure trovarmi sul prato da cui Harry si librava in sella alla sua scopa all’inseguimento di Draco, noncurante del pericolo pur di rendere giustizia ad un amico sbeffeggiato, mi affascinava tanto quanto l’aver immaginato, da piccolo, di poter essere io uno degli studenti della Scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. (A proposito, ecco alcuni dietro le quinte davvero simpaticissimi dal set del primo capitolo della saga: https://www.facebook.com/watch/?v=1320652724768934)

Cortile interno del castello di Alnwick

Se c’è una magia reale, quasi tangibile, che la Rowling ha saputo creare è certamente quel senso di attaccamento al suo mondo letterario, una forma speciale di saudade  in salsa magica. Così, ancora una volta, lunedì e martedì prossimo saremo lì, a struggerci davanti alle vicende conclusive del viaggio nel Mondo Magico, pronti a sostenere i nostri fidati amici nella lotta contro le forze oscure. Come ogni fantasy che si rispetti, proprio questo è il cuore della vicenda, richiamo dell’unica vera lotta a cui l’intero universo assiste da sempre: quella tra il Bene e il Male.

In alto le bacchette, maghi e streghe d’Italia. Anche in un momento difficile e a tratti tetro come quello che stiamo vivendo, quando sentiremo domandare, da uno sconvolto Albus Silente, “Dopo tutto questo tempo?”, risponderemo con la stessa sconvolgente sicurezza di Severus Piton: “Sempre!”

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